Oltre la pausa: dare voce a sé stessi

Trascorriamo otto ore al giorno ad ascoltare gli altri: clienti, colleghi, supervisori. Ma quante volte ci fermiamo davvero ad ascoltare noi stessi?

Durante la giornata lavorativa siamo immersi in un flusso costante di comunicazione: parole, richieste, emozioni. Per chi lavora in ruoli a contatto con i clienti, l’empatia non è solo incoraggiata — è richiesta. Ci viene chiesto di mostrare comprensione, pazienza e cura, anche quando siamo esausti o semplicemente abbiamo una giornata difficile. Nei lavori che richiedono un ascolto attivo costante, non c’è modo di sottrarsi: dobbiamo essere presenti, attenti e reattivi.


Col tempo, rischiamo di diventare prigionieri dell’ascolto rivolto agli altri,dimenticando di rivolgere la stessa attenzione a noi stessi. Viviamo in una cultura che glorifica la produttività costante, dove pressioni lavorative e sociali ci spingono a spremere ogni goccia di energia.

Ma il prezzo di questa corsa infinita è alto: ci allontana da noi stessi, ci svuota e ci lascia esausti. In contesti così intensi, mente e corpo chiedono una pausa. La tensione, il respiro corto e la mancanza di energia ci ricordano che non possiamo tirare la corda all’infinito.

Stress, ansia e burnout sono il risultato diretto di una cultura che ha dimenticato il valore del riposo. Eppure, fermarsi non è un fallimento: è un atto di ribellione contro una cultura che misura il nostro valore solo in base alla produttività. Prendersi una pausa diventa un atto di cura di sé, un gesto per proteggere la nostra salute mentale e fare spazio a ciò che conta davvero.

Eppure, quando finalmente ci concediamo questo momento di pausa, spesso arriva il senso di colpa — quella vocina che sussurra che non stiamo facendo abbastanza, che dovremmo tornare a “essere utili e produttivi”.

Conosco bene quella voce. A volte, nel mezzo di una giornata di lavoro, quando chiudo gli occhi per un minuto, la sento anch’io. Ma poi respiro — e mi ricordo che quel minuto non è perso. Mi restituisce energia per il resto della giornata. È sia mio diritto che mia responsabilità prenderlo.

È proprio in questi momenti di pausa che possiamo ricaricare le energie, ascoltarci e proteggere la nostra salute mentale. Una pausa non ci rende meno professionali o meno empatici: ci rende più umani.


La ricerca lo conferma: Koo (2023) ha descritto l’intolleranza al riposo come “senso di colpa per il tempo libero” — cioè la colpa o il disagio che emergono quando si dedica tempo al relax invece che al lavoro, con il senso di colpa come emozione predominante. Le persone inclini a provare colpa, disagio o ansia durante le attività di svago tendono a dare priorità al lavoro rispetto al riposo.

In modo simile, Avcı (2025) evidenzia che chi soffre di questa condizione spesso sperimenta stress emotivo, insonnia e ansia, mettendo frequentemente il lavoro al di sopra del proprio benessere. La ricerca sottolinea anche l’importanza di strategie di coping adattive — modi consapevoli per gestire lo stress e ricaricare le energie — prevenendo che la pressione costante conduca a burnout o esaurimento.

Questi studi ci ricordano quanto sia essenziale prenderci cura della nostra salute mentale — e quanto facilmente la trascuriamo fino a quando le conseguenze diventano impossibili da ignorare. Per questo motivo, dopo aver imparato a fermarsi (vedi post 1: “Il lusso della pausa”), il passo successivo è imparare ad ascoltarsi, a capire ciò di cui abbiamo davvero bisogno nel momento presente.

“Cecilia, un minuto di pausa va bene… ma come faccio a capire cosa mi serve davvero? Sono troppo stanc@ per capire cosa voglio!”.Lo so, ti capisco! Ecco perché partiamo da segnali semplici: corpo e mente ti parlano — devi solo prestare attenzione.

Una tecnica semplice ma potente che ho imparato negli ultimi anni di terapia è il body scan: un esercizio di mindfulness che aiuta a riconnettersi con il corpo e le sensazioni che custodisce.

Chiudi gli occhi, porta lentamente l’attenzione a ciascuna parte del corpo: piedi, gambe, busto, braccia, collo e testa, notando sensazioni, tensioni o zone di comfort. Respira con calma e lascia andare ogni giudizio: non c’è giusto o sbagliato, solo ciò che senti in questo momento.

Col tempo, ho scoperto che questa pratica semplice mi aiuta a riconnettermi con il mio corpoimparando ad ascoltarlo davvero — la tensione, lo stress e le emozioni che custodisce silenziosamente. Attraverso la terapia ho anche imparato che questo tipo di attenzione consapevole non riguarda solo il rilassamento: è un modo per costruire un dialogo tra mente e corpo, notando ciò che necessita di cura prima che diventi stress.

Ricorda questo: ascoltarsi non è egoismo. È il modo migliore per essere pienamente presenti, per sé stessi e per gli altri.

Se desideri una guida, puoi trovare qui sotto un link a un body scan guidato di 5–10 minuti in ciascuna lingua:

Bibliografia

Avcı, M. (2025). Rest intolerance, emotional distress, insomnia, and adaptive coping strategies: A validation and serial mediation analysis studyPsychiatric Quarterly, 96(1), 1–17. Available at https://doi.org/10.1007/s11126-025-09899-7. (Accessed on Sept 20, 2025)

Koo, H. J. (2023). American idle: An examination of leisure guilt, time use, and well-being (Publication No. 85127228) [Doctoral dissertation, University of California, Irvine]. ProQuest Dissertations & Theses Global. Available at https://escholarship.org/uc/item/6854g2zx (Accessed on Sept 20, 2025)


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