PREMESSA
Nel post di oggi vorrei condividere una parte del mio vissuto, con l’intenzione di mettere l’accento su quanto sia importante avere uno spazio personale e lavorare in un ambiente che incoraggi la crescita per piacere, invece di spegnerla per burnout.
Questa storia parla di me e del mio primo anno a Londra. Ho deciso di raccontarla come riflessione, dopo la giornata dedicata alla Salute mentale sul posto di lavoro che abbiamo celebrato recentemente. Credo valga la pena farlo perché, nonostante oggi si parli sempre più spesso di benessere mentale nei luoghi di lavoro, certe dinamiche tossiche continuano a ripetersi.
Come abbiamo visto nei post precedenti, il burnout legato al carico di lavoro è un problema comune. Tuttavia, ci sono situazioni ancora più insidiose — come quella che sto per raccontarvi — in cui lo stress e il burnout non derivano tanto dal lavoro in sé, quanto da chi dovrebbe guidarci e sostenerci nel farlo meglio.
Per chiunque si riconosca in ciò che leggerà e non sappia come uscirne, sappiate che non siete soli. Anche se la precarietà spaventa e il mercato del lavoro oggi non è dei più semplici, non vale mai la pena restare in ambienti che ci fanno sentire sbagliati o invisibili.
Quando mi trasferii a Londra, nel lontano 2014, ero in cerca di una svolta. Avevo deciso di partire per amore, seguendo la mia ex che stava per fare un’esperienza all’estero. Fu una decisione d’istinto, una di quelle che prendi di pancia, senza pensarci troppo. Ricordo ancora la faccia della mia psicologa di allora, sempre così composta e distante, quando glielo comunicai: per la prima volta la vidi sgranare gli occhi come se si stesse affogando con l’acqua.
In quel periodo ero piena di speranze, ma vivevo in una costante ambivalenza: tutto o niente, bianco o nero. Non conoscevo la via di mezzo. Avevo 23 anni, vivevo da sola, studiavo all’università, lavoravo per mantenermi e cercavo, un po’ confusamente, di costruirmi qualcosa. Stavo con una ragazza, avevo un gruppo di amici che amavo, ma nessuna idea concreta del mio futuro. In aggiunta —dettaglio molto importante per comprendere le decisioni prese — avevo difficoltà nello gestire le emozioni eccessivamente negative. Tutto sembrava ruotare intorno all’amore, come se bastasse quello a dare un senso a tutto il resto.
Decisi di buttarmi a occhi chiusi. Pensavo che sarei rimasta a Londra solo sei mesi, giusto il tempo di migliorare l’inglese e tornare in Italia poi a finire gli studi. Ma il futuro, si sa, ha sempre un piano tutto suo. Quello che doveva essere un breve anno sabbatico si trasformò in nove anni di vita, lavoro e crescita personale.
I primi mesi li trascorsi come au pair in una famiglia a Catford, nella profonda periferia londinese. Avevo trovato questo lavoro dall'Italia, per partire con il cuore un po’ più in pace e qualche certezza in tasca: un tetto sopra la testa per affrontare il periodo di transizione con un minimo di stabilità.
Sapevo che avrei condiviso la stanza con i bambini di cui dovevo prendermi cura. All’epoca non lo vedevo come un problema, anzi, lo consideravo un’occasione per un’immersione totale (quanto romantizzavo la precarietà… me ne rendo conto ora con un misto di tenerezza e ironia).
Vivevo con 40 sterline a settimana, che diventavano 20 dopo aver pagato l’abbonamento dell’autobus per accompagnare i bambini a scuola. Il clima in casa non era dei migliori: più che come au pair mi sentivo trattata come una babysitter sottopagata, senza libertà né giorni di pausa.
Fu in quella situazione che iniziai a capire quanto fosse fondamentale avere uno spazio personale — un posto, anche piccolo, in cui respirare e ricaricarsi. Mi resi conto che difendere il proprio tempo e il proprio benessere non è un lusso, ma una necessità.
Dopo qualche mese, decisi che non potevo continuare così. Volevo un lavoro che mi permettesse di vivere in modo indipendente e che mi concedesse modo e tempo di dedicarmi alle mie passioni. Era un salto nel vuoto, certo — ma ero fiduciosa (una qualità che, per fortuna, mi accompagna ancora oggi).
E così, la città mi offrì la mia seconda occasione: un lavoro a tempo pieno in una bakery tedesca, nel cuore di Londra, a Tottenham Court Road. Il locale sembrava piccolo, ma sotto nascondeva una grande sala capace di accogliere una cinquantina di persone.
Quando consegnai il mio CV, la manager mi fece il colloquio sul momento e mi chiese di tornare il lunedì per una prova. Ricordo bene quel giorno. Arrivai con entusiasmo e tanta voglia di fare bene. Le prime ore le passai in cucina, accanto a un ragazzo che mi mostrava come preparare panini e organizzare gli spazi. Era il suo ultimo giorno, e non smetteva di ripetere quanto odiasse quel posto e chi lo gestiva.
Ricordo che ad un certo punto venne in cucina l’assistente manager, una ragazza che già dall’aspetto incuteva timore, e si mise a litigare con quel ragazzo a gran voce davanti a me. Io, però, non capivo ancora bene lo slang inglese, quindi gran parte delle sue parole mi sfuggiva. Quello che mi lasciò perplessa fu la reazione del resto dello staff della cucina, che continuò a lavorare come se non stesse succedendo nulla nonostante i toni fossero veementi. Tuttavia detti la colpa alla freddezza inglese, e non ci pensai più di tanto.
Le ore successive le trascorsi proprio con l’assistant manager, servendo clienti e imparando a usare la macchina del caffè. Sentivo la tensione nell’aria, ma ero troppo concentrata a dimostrare che meritavo quel posto per darci peso.
Alla fine del turno, pensai che tutto sommato non fosse male. Mi offrirono il lavoro con contratto a tempo indeterminato — qualcosa che, per la mentalità italiana, suonava come un biglietto d’oro verso la sicurezza, la felicità e la pensione.
Pochi mesi dopo capii quanto mi sbagliassi. Quel posto era un ambiente estremamente tossico: le pause erano viste come una debolezza, ridere era considerato una mancanza di professionalità, e le motivazioni reali che motivavano i dipendenti a rimanere erano lo stipendio e i weekend liberi dalla presenza della manager.
Iniziammo a trovarci spesso fuori dal lavoro con i colleghi — erano i nostri unici momenti di respiro, in cui ridere non aveva conseguenze. Nel gruppo, avevamo trovato il nostro momento di ascolto e di relax. Grazie alla coesione, riuscimmo a ritrovare quel poco di noi stessi e la gioia nel mostrare quelle che erano le nostre personalità. Dentro al negozio, invece, la paura era costante. Provare a portare un po’ di leggerezza in quell’ambiente costò a due persone il licenziamento sul posto. L’assistant manager sembrava nutrirsi di tensione, e chi non si adeguava veniva escluso o punito. Non per nulla, chi di noi provò a denunciare la situazione alla direzione fu sanzionato con giorni non pagati o ammonimenti. Era un inferno silenzioso, costruito sull’umiliazione quotidiana.
Il punto più buio arrivò quando mi resi conto che stavo iniziando a crederci davvero: che forse non valevo nulla. Le parole di quella manager — le sue critiche, i suoi modi — erano diventate la mia voce interiore. Non saper preparare un caffè “alla perfezione” significava essere una nullità. Avevo interiorizzato i suoi standard assurdi, dimenticando chi fossi.
Dopo un episodio particolarmente duro di bullismo che ricevetti da parte sua, scattò qualcosa dentro di me che mi fece risvegliare da quel torpore misto di stress e depressione. Capì che dovevo uscire da lì, e lo feci. Fortunatamente, poco dopo trovai un nuovo lavoro come barista in una grande catena. Ci rimasi per circa quattro anni — anni di incontri, esperienze, persone e situazioni che mi hanno insegnato tantissimo. Ma quella è un’altra storia, che racconterò in un altro momento.
Guardando indietro, mi rendo conto che quel periodo ha segnato l’inizio di una consapevolezza fondamentale: la salute mentale non è solo una questione individuale, ma anche collettiva. Un ambiente tossico non nasce da solo, ma dal silenzio di chi lo subisce e dall’indifferenza di chi lo permette. Per questo oggi credo che parlare apertamente di benessere psicologico al lavoro sia un atto di responsabilità, non di debolezza.
Se ripenso a quella me di ventitré anni, spaesata e desiderosa di piacere a tutti i costi, vorrei dirle che non serve essere perfetti per meritare rispetto. Che un buon capo non ti fa paura, ma ti aiuta a crescere. Che il lavoro dovrebbe farti sentire parte di qualcosa, non schiacciarti fino a farti dubitare del tuo valore. Perché la produttività non nasce dalla pressione, ma da un senso di fiducia, rispetto e appartenenza. Forse è da lì che nasce la mia attenzione, oggi, per l’ambiente che mi circonda: perché so quanto un contesto tossico possa ferire — e quanto, al contrario, un contesto sano possa far fiorire.
Concludendo, penso che quell’esperienza, per quanto difficile, sia stata il mio primo vero incontro con il concetto di limite. Mi ha insegnato che non è egoismo proteggersi da ambienti che ci consumano, ma un atto di rispetto verso se stessi.
Oggi, quando penso al lavoro, penso a quanto conti sentirsi visti, ascoltati e valorizzati. Un buon ambiente non è solo un luogo dove si produce di più, ma uno spazio dove la persona può esistere nella sua interezza — con le sue fragilità, la sua creatività e il suo bisogno di respirare. Il benessere mentale non si costruisce con le policy aziendali, ma con la qualità delle relazioni che viviamo ogni giorno.
Spoiler: vi starete chiedendo che fine abbia fatto quella bakery e la sua assistant manager. Il negozio chiuse pochi mesi dopo che lo lasciai, andando totalmente in bancarotta. Col tempo scoprimmo per vie traverse che la manager stava affrontando un grave periodo personale durante la permanenza nel negozio, cosa che probabilmente alimentava la sua rabbia.
Per anni avevo coltivato risentimento, ma venire a conoscenza di quello che stava vivendo fece si che compassione e comprensione presero il sopravvento. Oggi non sappiamo dove sia o cosa faccia, ma conoscere la sua storia mi ha fatto riflettere su una cosa, a distanza di anni: non sappiamo mai davvero cosa stia attraversando la persona che abbiamo davanti. Spesso siamo pronti a giudicare qualcuno come “cattivo” o “tossico”, senza considerare che il suo comportamento potrebbe essere una conseguenza di un momento difficile. La sua rabbia ci ha tenuti a distanza, creando una barriera di terrore che ci impediva, volontariamente o inconsciamente, di avvicinarci o interessarci davvero a lei. Forse, chiedendole come stesse, avremmo peggiorato le cose… o forse no. Non lo sapremo mai.
Il punto è che dobbiamo sempre essere cauti: giudicare senza conoscere può portarci a conclusioni sbagliate. Il dolore spesso è invisibile, e portarlo dentro a lungo può consumare l’anima. Pratiche di mindfulness e respirazione aiutano a esternare ciò che ci pesa prima che diventi tossico, permettendoci di mantenere equilibrio e chiarezza.
Parlare di ciò che ci succede può creare connessione, amicizia e sostegno reciproco, e non è mai un segno di debolezza. E, per favore, iniziamo a considerare la terapia come una forma autentica di cura emotiva:qualcosa che ci fa sempre bene e di cui, come umanità, abbiamo un bisogno profondo.


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